Gli standard sono dei modelli comportamentali che ci impegniamo ad assumere verso gli altri e verso noi stessi. Li decidiamo noi e non ci vengono attribuiti, quindi sono sotto il nostro controllo, e purtroppo a volte sfuggono al nostro controllo.
Il motivo per cui assumiamo degli standard è che vogliamo mostrarci agli altri mediante di essi. Non è quindi detto che gli standard ci rispecchino veramente, ma è possibile anche subcomunicare qualcosa che non ci caratterizza adottando degli standard simili al caso in cui ci caratterizzasse.
Una persona qualche anno fa ha creato una piccola azienda nel nord Italia e non è mai stata un profitto. Gli standard di questa persona non erano molto elevati e nel tempo, piano piano è divenuta schiava dei propri standard medio-bassi.
Questa sottomissione ai propri standard si è manifestata con continui ritardi, mancata presa delle proprie responsabilità, spostamento di impegni e non rispetto delle scadenze ne con i clienti ne con i colleghi ne con se stessa.
Per vivere al meglio è quindi necessario innalzare sempre al massimo il livello dei nostri standard.
Ci sono persone che preferiscono ascoltare se stesse, piuttosto che ascoltare le parole degli altri. Sono persone che non si mettono in mostra molto spesso, ma quando lo fanno ci ricordano che quando decidi di scendere in pista, anche se qualcuno può dubitare di te, parole come "non posso", "non ci riesco", o "è impossibile", non esistono! E ci ricordano tutte le volte di continuare a credere che… impossible is nothing.
Qui mi rivolgo a tutti i ragazzi, gli uomini che si trovano di fronte ad una esposizione dei fatti che a prima vista dell’essere maschio può apparire sincera e completa.
Sono consapevole che le donne e le ragazze non saranno mai d’accordo a parole con questo, ma non mi interessa.
Se lei una volta dovesse dirvi "non mi consideri abbastanza" oppure dovesse appiopparvi le colpe per non ricevere abbastanza attenzioni da parte vostra, ve lo dico con il cuore: non le credete mai.
Lo dico per il vostro bene. Parliamone dal vivo se necessario.
Non il lavoro duro, ma il dubbio e il timore producono ansietà, mano a mano che rivedendo un mese o un anno diventiamo oppressi dalla pila enorme di compiti da finire.
(I. L.)
Riportando questa citazione dell’amico Ivan, vorrei sottolineare l’importanza delle emozioni nel determinare la nostra produttività. Passare l’intera giornata contro un problema che ci impedisce di svolgere i compiti che ci eravamo prefissati, non fa altro che allontanarci dall’obiettivo.
La soluzione è quindi quella di dedicarsi completamente ad altro, magari spostare ad oggi un task di domani che ci piace, attingere emozioni positive da quell’attività, uscire per una birra dopocena e risolvere brillantemente l’indomani il problema quando ci ricorderemo di averne uno.
Potrebbe venirci incontro Wikipedia: Il problem solving indica più propriamente l’insieme dei processi atti ad analizzare, affrontare e risolvere positivamente situazioni problematiche.
Questo concetto è umanamente riconosciuto ormai sia nelle discipline scientifiche che umanistiche ma secondo me è molto limitante perchè parte dal presupposto che effettivamente ci sia un problema.
Tantissime sono le situazioni in cui il problema non c’è proprio, ed approcciare le azioni per raggiungere un obiettivo con il problem solving, significa "creare" un problema da risolvere.
La società stessa ha ormai instaurato un processo standard in cui la risoluzione di un problema è fonte di soddisfazione e di benessere. Siamo abituati a percepire benessere, sensazioni di felicità, a sentirci importanti, invincibili, quando riusciamo a risolvere un problema e riceviamo gratitudine, incitamento, complimenti e congratulazioni da stimoli esterni.
Queste soddisfazioni sono però spesso effimere. Effimere ma intense perchè avvengono di rado, ovvero solo quando risolviamo il problema. In più sono frutto di stimoli esterni. Se ci pensiamo bene lavoriamo e usiamo energie per risolvere un problema, ma non è il problema stesso che ci darà poi le belle sensazioni una volta risolto, bensì sono le altre persone!
Siamo talmente abituati a provare belle sensazioni con la risoluzione dei problemi che ormai per molti di noi è diventata l’unica fonte di soddisfazione.
Secondo me, e non cito nessuno, siamo tutti risolutori di problemi in cerca di emozioni.
Stasera non avevo quella grande energia per uscire. Avevo quasi preso la via del letto, ma dentro di me sentivo costantemente quella spinta di dover andare fuori perchè era meglio per me.
Sarà probabilmente perchè ormai sono abituato a cogliere le piacevoli occasioni che si presentano quando sei fuori, rispetto alla mancanza di stimoli che si hanno stando in casa.
Comunque ho parlato a lungo con un amico. Ho parlato dei progetti ai quali prendo parte attivamente e che già funzionano come OIL.
Ho parlato anche degli incontri che facciamo con piccoli gruppi di persone che con OIL non c’entrano niente. Di quanto questi confronti mi arricchiscono.
Mi sono balzate in testa tante idee.
Ora il sonno le vaglierà… mi farà dimenticare quelle peggiori, mi esalterà quelle migliori.
Domani mi alzerò con una visione più chiara della conversazione di oggi, e sono sicuro che nel futuro prossimo ci sarà spazio per una grande occasione di socializzazione che comprenderà diverse persone e presumibilmente anche diversi gruppi.
Parlavo qualche tempo fa con la mia signorina di questo filosofo. Non avendo sonno, stasera ho ripreso il libro che non ho mai ultimato di leggere. Mi sono imbattuto in questo passo che trovo incredibilmente in sintonia con il mio pensiero.
[...]
Io voglio essere e avere tutto ciò che posso essere e avere.
Che m’importa se gli altri sono o hanno qualcosa di simile?
La stessa, identica cosa non possono né esserla né averla.
In non reco loro alcun danno, così come non reco alcun danno alla roccia per il fatto che, rispetto ad essa, ho il "vantaggio" di camminare.
E se gli altri potessero avere quello che io ho, l’avrebbero.